
Lo sforzo di manipolazione e d’intervento sulla natura che lo circonda accompagna l’uomo da millenni, fin dalle prime operazioni di selezione delle specie animali e vegetali, per la migliore soddisfazione dei suoi scopi.
Anche se siamo ancora lontani dalla rivelazione dei segreti custoditi dal genoma umano, è evidente che le conquiste della genetica e della biologia ci offrono, oggi, strumenti di intervento più potenti ed incisivi. Probabile oggetto dell’azione manipolativa, poi, è lo stesso essere umano.
Una prospettiva del genere è sicuramente esaltante, perché l’ambizione umana di impossessarsi e dominare i misteri della vita è antica come il mito del frutto proibito o quello di Prometeo.
Eppure è al tempo stesso terribile e spaventoso pensare che potenzialità di questo tipo siano a disposizione di un essere finito ed imperfetto come l’uomo, per le distruttive conseguenze che potrebbero scaturirne.
L’arte non resta indifferente a sentimenti così forti e contrastanti e la profonda sensibilità di alcuni pionieri, per questi temi, ha prodotto un movimento artistico sfaccettato, multiforme, catalogato come Art Biotech in una delle prime esposizioni dedicate al genere, alla Galleria Le Lieu Unique di Nantes, nel 2003.
Le riflessioni da cui muovono questi artisti sono molto diverse.
Alcuni si mostrano incuriositi dalle potenzialità estetiche del materiale organico che diventa un nuovo medium di espressione.
Marta de Menezes, protagonista di BIOARTE a cura dell’Instituto Açoriano de Cultura, con l’opera NATURE?, interviene sul processo di sviluppo di alcune specie di farfalle, alterandone gli equilibri proteici, in modo che sulle loro ali si producano disegni e colori che non esistono in natura e che non si trasmettono geneticamente alle generazioni successive, scomparendo con la morte dell’esemplare manipolato. George Gessert opera da anni su iris, dalie, nasturzi e papaveri attraverso le tecniche di ibridazione vegetale, al solo scopo di creare fiori che rispondono al suo personale ideale di bellezza, sostituendo ai pennelli ed ai colori la manipolazione genetica. David Kremers, che si autodefinisce artista concettuale della biologia, utilizza particolari batteri geneticamente modificati per produrre quadri viventi, in cui il colore è il frutto della produzione batterica di alcuni enzimi.
In altri casi l’obiettivo primario degli artisti è quello di esprimere l’inquietudine per le aberrazioni cui può condurre lo sviluppo delle biotecnologie, senza nessuna attenzione al risultato estetico, ma con il chiaro intento di provocare un effetto di disgusto o di paura.
È indubbiamente questa la reazione immediata che segue ad un’opera come "Cultures de peaux d'artistes" del duo francese Art orienté objet. Per realizzarla, i parigini Marion Laval-Jeantet e Benoît Mangin si sono sottoposti ad un prelievo di epidermide presso il MIT di Boston, facendola innestare sul derma di un maiale e coltivare in una soluzione di amminoacidi, per poi decorarla con tatuaggi che raffigurano topi, ragni, farfalle, potenziali vittime della manipolazione genetica.
Il risultato è una serie di campioni di pelle ibrida, tatuata, da esporre ma anche da impiantare su chi sia desideroso di indossare l’opera sulla sua stessa pelle.
Provocatoria e dissacrante è anche l’installazione “Disembodied Cuisine” del collettivo Symbiotica, ospite di TransGenesis, il festival organizzato a latere della Settimana della Scienze e Tecnologia tenuta dalla CZECH Academy of Science di Praga, per raccontare l’esperienza di artisti che traggono la loro ispirazione dagli studi di genetica e biotecnologia. Con la loro installazione, infatti, gli australiani Oron Catts e Ionat Zurr, illustrano la possibilità di ottenere, attraverso la coltivazione in laboratorio di cellule prelevate da rane viventi, piccoli dischi di tessuto, porzioni di carne commestibile che offrono ai visitatori, mostrando loro le rane "donatrici", vive e vegete in un vicino acquario.
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